lunedì 4 novembre 2013



È lì sul davanzale, l'ostinato velame
che con un frullo d'ali arriva.
Come le lacrime che in esilio dormono,
nella rifrazione di un pensiero l'accarezzo

I cornice

Con lo stesso peso dell’infinito
si aprono le imposte, e il cigolio
ha la tristezza cauta di settembre.

Il mare rabbrividisce al respiro del silenzio.
Gli alberi ritorti spuntano meno selvaggi.

Quieti.

Aspettano che l’autunno spogli.

*

Come se non sapessi fare altro,
getto questo meriggiare dietro agli occhi
e parlo ai tronchi e ai giorni che in terra
mi tengono ancorata.

Delle ombre riconosco il verso,
uguale agli stessi miei rosari.

Se chiudo gli occhi, sento i battiti
e i crepacci che separano le zolle.

Accolgo il mancamento, annodata
alla muraglia in un sordo ripetuto gesto.

*

Su carta millimetrata
segno il reticolo dei nervi.

Sulle ciglia il precipizio
assieme al rimmel.

Come ruggito spento nella giungla,
ammucchio i cocci.

*

A volte l’incipiente percezione
arriva con la velocità del lampo.

La sagoma del viso, distorta dalla pioggia,
sembra un mistero incastonato nell’urgenza;

i rami più sottili sono vetri rotti che tremano
al passaggio.

Un crepitio che gonfia l’aria mescola le carte
sotto il riflesso infermo dei lampioni.

Stretta a un filo d’erba, osservo
l’ultima cometa prima di salpare.
[...]


Ketti Martino da Percezioni dell'invisibile a cura di G. Vetromile