
Comuni sono il principio e la fine. Incontro.
(Ispirato ai frammenti di Eraclito)
LEI. Di questi giorni terrò la brevità, identica a ogni fugace nube.
Mentre la fiamma degli astri in
cielo oltraggia gli alberi e ne fa collane,
mi desto dal fitto sonno e guardo il corpo tuo che si ricopre.
Passano sul viso ombre lunari, e
nulla è troppo se non la tua incertezza certa
che non si immerge tra le braccia
mie, sponde in cui mondare il tuo e il mio pensiero
LUI. Dialogo spaurito, muto, con la tua identità. Assorto
nella differenza
che si confonde all’occhio tuo discorde,
rogo metallico che dell’invisibile accetta la potenza.
La trama che non vedi è salda più
di quella manifesta, perché la natura
stessa ama nascondersi
LEI. Mi trema il cuore al tuo parlare, come trema
il mare alle maree.
Siamo rondini in cammino? Se il
divenire è legge della vita, non apparenza,
mi manca, amore mio, già il senso
del tuo bene, del corpo tuo immobile e dimentico
LUI. Amo celarmi in te per essere scoperto laddove
il mare è puro e impuro
e per i pesci insopprimibile
risacca. Conservo in me la vita, quella che per gli uomini
è imbevibile e nefasta. Morte è quanto noi vediamo svegli, sogno quanto scorgiamo in sonno.
Non poso a caso il vivere, il passo, e tu per me sei bivio che
occhieggia tra la folla
LEI. Oscuro mio, arciere di parole, chi ci circonda
aspira a eternità da immonde righe,
non come te che fai saette di
parole e fuggi. Sappi che non son desta né dormiente,
ma sazia e fertile, e come monte
partorisco pietra e inghiotto solitudine.
I pleniluni sono bocche da
sfamare; l’inconciliato opposto son io, e tu non vedi...
LUI. Io vedo e tu non sai, adorata. Comuni sono inizio e fine nella
circonferenza,
e pure in noi. Di questo tuo
sconoscermi amo il sangue sulle labbra, il riso contenuto e spento.
Con ogni tuo volere è arduo gareggiare
LEI. È la mia guerra questa, e si fa pace solo se ti
congiungi e sciogli cenere sul capo
LUI. Di tutte
le altre, una preferiscono i migliori: la gloria eterna rispetto alle caduche
cose;
i più invece pensano a saziarsi come bestie. Lungi da me questo
desio!
LEI. Gridalo, dunque, il tuo disprezzo, fa che sia
tagliente ed essenziale
e faccia il fuoco unico suo velo.
Fa che il tuo crepuscolare pianto affiori dalla terra,
segno indelebile, impronta,
pioggia di cui abbeverarmi
LUI. Dove s’annida dissomiglianza tra me e te
allora? Ognuno può cercarsi ed esser
saggio:
tu sei, in divenire, esser supremo
che sta indagando.
Avrei voluto scrivere di te anche
ora, ma tu mi rubi il tempo e il dubbio
LEI. Sapevo delle piante, degli innesti, del dì e della
notte, dello spazio
ma non del bacio tuo che buca
l’anima e come doratura mette radici.
Hai scritto per avanzare al buio,
non affogare e perire con nequizia;
per levar fiato a me che leggo,
spero, e inanello enigmi come sabbia.
Non smetter d’esser me, e non partire
senza germoglio in cerca di biancastri mondi.
Io, salda, coloro la tua idea,
non faccio altro.
Giusto sarà tenerti come asservito
amante, oppure amico;
come papavero, o solo amore nel
suo mutarsi
LUI. Non ho bisogno che di te nel mio deserto.
Osservo le tue ciglia, i palmi e
sfioro il tuo profumo.
Ti abbraccerei se avessi spazio
tra le vertebre,
ma sono fiume in piena e arenaria,
materia indefinita,
tormento antico e nuovo. Vorrei
con i tuoi occhi guardar gente,
ma non ho suoni da fiatare né
sguardo immacolato.
Tu mi perdoni ancora abbagli e
debolezze dietro il tuo dire,
e se crollo come vento
ininterrotto.
Mentre aspetto a farmi ombra e tana di me stesso,
ti bacio come sempre, donna
rimata e amata in vita e oltre.
Ketti Martino da "ALTEREGO. POETI AL MANN", Artem 2012